Come convincere una signora indiana ad acquistare un cappotto in cashmere se dalle sue parti il termometro non scende mai sotto i 30 gradi? La domanda se la pone Sameer Reddy, un artista di Mumbai, collaboratore di Vogue India, sulle colonne di "Newsweek". Sameer scrive con ironia lieve di un tema interessante per la moda made in Italy, visto che il mercato indiano vale attualmente 3,5 miliardi di dollari e crescerà, secondo stime attendibili, a 30 miliardi nel 2016. Cioè tra pochi anni.
Secondo Sameer, è molto difficile che le donne di quelle parti abbandonino l'adorato sari, che continua a essere indossato nei saloni di marmo degli hotel a cinque stelle come nei villaggi rurali. Anche Aishwarya Rai, la regina di Bollywood, è molto più a suo agio in uno "striminzito e incantevole sari" che non con "un tailleur pantalone in crepe beige di Jil Sander", dice Sameer.
E allora? Tutti gli investimenti nei lussuosi negozi fatti negli ultimi tempi da Chanel e Vuitton, Gucci e Dior, Moschino e Burberry, Fendi e Versace, per non parlare di Armani? Soldi buttati? No di certo, risponde l'articolista: sono gli accessori il passepartout. Da Chanel ci sono le liste d'attesa per borse in vendita da 1.270 a 7.630 dollari e "dalle Mercedes con autista saltano fuori meravigliose silfidi in bilico su tacchi 10 di Jimmy Choo e borsa intrecciata limited edition di Bottega Veneta, mentre un sari azzurro pallido fluttua nel vento".
Insomma, uno stile ispirato al multiculturalismo. Così va il mondo, dalle parti di Mumbai. Intanto qualcuno dice che la nuova collezione Hermès ispirata all'India strizzi proprio l'occhio a questo mercato.