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@ReportRai3, la delocalizzazione, il mark up, il reshoring. E le #oche

Durante e dopo la puntata di ieri di Report sono stata sommersa di tweet che chiedevano il mio parere su quel che si era visto nel seguitissimo programma di Milena Gabanelli.
Parto dalle oche o le lascio in fondo? Parto dalle oche: quel che si è visto è sconvolgente e dovrebbe far riflettere tutti – dico tutti – sulla tracciabilità della filiera, una leva fondamentale nel futuro del mondo, e non di un singolo settore produttivo (o di servizi).
Sulla delocalizzazione produttiva, è la scoperta dell’acqua calda: da 25 anni almeno molti marchi italiani – così come quelli francesi, tedeschi, inglesi, spagnoli, svedesi, statunitensi ecc. – hanno scelto di far produrre i propri beni in Paesi a minor costo della manodopera. C’è il Bangladesh – di cui in questo blog ci siamo occupati molte volte – e c’è la Romania, la Moldova o la Transnizia (che fino a ieri non avevo mai sentito nominare): lo stipendio pagato agli operai e ai tecnici va ovviamente rapportato al costo della vita locale.
Poi c’è il mark up, cioè quel “ricarico” – lo chiamo così per semplificare e cercare di farmi capire da tutti – che un’azienda applica prima di mettere il prodotto in vetrina. Più il marchio dell’azienda in questione ha appeal sul mercato, e cioè più è desiderato dai consumatori di tutto il mondo, più si tira la corda. Sto semplificando, ma è così: non altrimenti si può giustificare il fatto che un piumino che ha un costo di produzione di 30 euro abbia un prezzo al pubblico di mille e passa.
Visto che si parlava di Moncler, ma anche di Prada, il brand più celebre per i piumini ha però le code davanti ai negozi, il che significa che i clienti finali sono disposti a pagare QUEL prezzo pur di indossare il capo con il “galletto”.
Ieri su twitter molti lo chiamavano marketing, e quello è, abbinato alla comunicazione celebrata da campagne pubblicitarie scattate da fotografi-star.
Riportare in Italia quelle produzioni delocalizzate? Ne scrivo da tanto tempo, sul Sole 24 Ore cartaceo e anche online: penso che ai consumatori cinesi o messicani o americani piaccia avere qualcosa di realmente made in Italy da sfoggiare. E un incremento di 10-15 euro sui costi di produzione del singolo capo inciderebbe solo in parte sui margini. Certo, chi è quotato dovrebbe spiegare agli analisti e ai propri investitori – magari fondi internazionali – che prevede di erodere i margini, preparandosi dunque a un’ondata di downgrade.
Conviene farlo, allora? Oppure i brand non ci pensano neppure?
Questo fa parte della libertà di intrapresa. Al mercato, cioè ai clienti finali, la libertà di scegliere se acquistare oppure no. Come sempre.

  • Giorgio |

    Paola,
    l’hasthtag #boicottamoncler è stato creato solo da gente che venderebbe pure la mamma pur di comprarsi un Moncler vero, ma poiché non lo può fare e si rode dall’invidia, ha trovato i suoi 15 minuti di celebrità per ergersi a vestale dell’etica, vantandosi di essere uno che non compra “piumini da 900 euro che ne costano 50”. La parabola della volpe e l’uva è sempre attuale.

  • disilluso |

    … ma perché la sig.ra Gabbanelli non va a vedere come producono all’estero, tafazzando in quel modo non colpisce solo l’odiato imprenditore che vende “al meglio” i suoi prodotti ma un sistema intero…

  • PAOLA BOTTELLI |

    @paolo (av), forse non mi sono spiegata: figurarsi se sono meravigliata! scrivo di questo settore da 25 anni!!!
    @tutti, l’etica è dentro ognuno di noi. questa vi piace? non so chi l’ha detta, ma stamattina la dico io! passiamo su un nuovo post, please!!! sto per caricarlo

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